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C’ ERA UNA VOLTA… GLI ANTICHI MESTIERI DEL SALENTO 2

C’ ERA UNA VOLTA… GLI ANTICHI MESTIERI DEL SALENTO 2

 

Passiamo ai mestieri prettamente femminili, alla nobile arte delle giovani del tempo: il ricamo. “La ricamatrice” con ago e filo realizzava delle vere e proprie opere d’arte. Che si trattasse di un semplice orlo o di motivi floreali, il lavoro commissionato era preciso e ben fatto! Al ricamo con ago e filo si affiancava il “lavoro a tombolo”, ossia un ricamo svolto su di un cuscino a forma cilindrica, pieno di spilli, tra i quali viene intrecciato il filo per creare il disegno desiderato. Quindi non solo un mestiere ma anche e soprattutto un’arte per mezzo della quale le giovani donne in età da marito, provvedevano a mettere su “la dota” (il corredo) per un eventuale prossimo matrimonio.  Altro lavoro femminile era quello de “la Tessitrice”. Fino a circa 30 anni fa, in molte case del Salento, era presente “lu Tilàru” (il Telaio) fatto di legno di ulivo e funzionante con l’uso dei piedi e delle mani, capace di trasformare la fibra in un vero e proprio manufatto di qualità. Lu tilàru, era costituito da quattro ritti, tenuti insieme da altrettanti raccordi trasversali. Nella parte bassa, a pochi centimetri del suolo, si trovano due lunghi pedali collegati da corde e da regoli mobili uniti a loro volta a tanti fili provenienti da un asse. Ogni pezzo di legno era collegato al resto dell'ingranaggio ed era indispensabile al buon funzionamento di tutto l'insieme. Nel telaio vi erano sistemati due rulli: uno era collocato davanti, vicino al pettine e serviva per avvolgere ciò che si tesseva, l'altro era nella parte posteriore a reggere i fili dell'ordito da lavorare. La tessitrice aveva in mano una spola. la sua forma era simile ad una piroga e conteneva la fibra avvolta su un pezzo di canna e lasciava al suo passaggio il filo necessario per la realizzazione del tessuto. Attraverso i pedali determinava l'apertura a "V" dei fili dell'ordito che prendevano tutto il telaio e allontanandosi tra loro e formando un vuoto permettevano alla spola di scorrere da destra a sinistra e lasciare il filo che si inseriva ortogonalmente fra gli altri fili a "V". Seguivano ancora un colpo di pettine, uno di pedale e la trama prendeva consistenza dando origine al tessuto con uno sviluppo lento ma costante. Grazie alla costanza e alla bravura si realizzavano tappeti, arazzi di varie grandezze e con colori diversi. Al mestiere della tessitrice, si collega direttamente un altro mestiere, senza il quale non si potrebbe svolgere un lavoro a regola d’arte, quello de “lu Pettinaru” ossia colui che provvedeva a riparare e a costruire il pettine del telaio. Dunque, una sola persona per un solo attrezzo da riparare o da costruire!

Oltre ai mestieri comuni e noti in tutta la penisola, è tra quelli salentini che si trovano i più disparati: “l’Ombrellaru” che provvisto di pinza, fil di ferro, stoffe, ago e cotone riparava gli ombrelli danneggiati dal vento. E per fare l’ombrellaru occorreva bravura e tanta pazienza;  “l’Acquarulu” ossia il venditore di acqua; “lu lattaru”, venditore di latte; “lu murgarulu” che comprava olio usato; “lu cavamunti” che estraeva la pietra dalle apposite cave;  “lu curdaru” che faceva le funi; “lu cestaru” , abile nell’intrecciare giunchi e realizzare “panari” (ceste), “sporteddhe” e “nasse” per i pescatori; “lu nachiru”, capo operaio del frantoio; “lu cantastorie”; “lu pezze e capiddhi” che provvedeva alla compravendita di vecchi stracci (pezze) e capelli (capiddhi) che riciclati servivano per produrre calze e parrucche; “lu ‘mpaijasegge”, ossia l’impagliatore di sedie. Questo mestiere  non è da sottovalutare perchè un tempo la sedia era parte importante del mobilio, ridotto all’essenziale ma sicuramente da mantenere con certo riguardo nel corso degli anni. A volte, per le precarie condizioni in cui versava la famiglia, le sedie arrivavano ad essere completamente sfondate. Si ricorreva allora a lu ‘mpaijasegge che provvedeva alla riparazione del fondo con calma e maestria.

Di tanto in tanto, una voce “rompeva il silenzio” delle strade del paese. Era “lu banditore” che provvedeva a tenere informati gli abitanti sulle decisioni amministrative, sui fatti accaduti e su quelli che dovevano verificarsi.  Altra voce che si udiva per le strade era quella de “lu mulaforbiciaffilate coltelli e forbici! Questa era la frase per eccellenza che preannunciava il passaggio dell’arrotino. Inizialmente questo lavoro veniva svolto con un trabiccolo a ruota, sostituito più avanti dalla bicicletta e poi dalle quattro ruote.

Insomma, in Salento c’erano proprio tutti. Lo spirito di sopravvivenza e la propensione al risparmio in un periodo di quasi totale povertà, portava i salentini a provvedere a qualsiasi genere di riparazione, a reinventarsi per pochi spiccioli e andare avanti sperando in tempi migliori.

Autore

redazione. .

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